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Autopsia

NoiD è felice di condividere il prestigioso riconoscimento ottenuto dalla nostra socia Cinzia De Monte, la cui poesia Autopsia ha conquistato il primo posto nella sezione “Sara Campanella” del 51° Premio Internazionale di Poesia “Città di Marineo”. La sezione, dedicata alla violenza di genere, è stata istituita in memoria di Sara Campanella, la giovane studentessa siciliana uccisa a soli ventidue anni. Tra 130 partecipanti provenienti da tutta Italia, la giuria ha scelto Autopsia, riconoscendo nei suoi versi la capacità di sottoporre le parole ad un’analisi tanto profonda da trasformarle in «luogo di accertamento e di verità». «Ho scritto Autopsia per togliere ogni alibi a una frase che sentiamo ripetere troppo spesso: “Era innamorato”. Ho provato a dissezionarla, per mostrare ciò che può celarsi dietro parole apparentemente innocenti: il controllo, la violenza, il possesso. Questo premio mi rende profondamente felice, ma mi consegna anche una responsabilità: continuare a chiamare le cose con il loro nome e ricordare che il “no” di una donna non è una provocazione, un affronto o una ferita all’orgoglio. È l’espressione di una libertà che non si discute e non si punisce: si rispetta. Perché il possesso non è amore. Mai.» Autopsia Sul tavolo d’acciaio giace una frase: “Era innamorato“. Il medico legale indossa i guanti, prende il bisturi, incide lungo il margine della parola amor. La solleva con le pinze, la deposita in una vaschetta sterile. Sotto la parola si aspetta di trovare rispetto, invece trova controllo; ha la forma di un pugno chiuso. Lo misura. Lo fotografa. Lo etichetta. Prosegue. Allarga l’incisione. Più in profondità emergono tracce di ossessione, frammenti di orgoglio ferito, residui di gelosia. La frase continua a sanguinare e macchia il tavolo mentre il medico analizza i campioni prelevati. Non si rilevano evidenze di tenerezza, né di consenso, né di libertà. Ritorna all’incisione, controlla ancora. Nascosta tra le fibre della frase, trova una parola marcia. “Mia” È inquietante quanto spazio occupi. La estrae, la osserva controluce, la mette accanto agli altri reperti. Rimane il vuoto. Il medico chiude l’incisione, non resta nulla da verificare. Firma il verbale. L’autopsia è conclusa, la menzogna continua. poesia di Cinzia De Monte Rassegna stampa https://www.laltroparlante.it/marineo-tre-giorni-tra-poesia-arte-e-musica-al-via-la-51a-edizione-del-premio-citta-di-marineo https://www.palermotoday.it/attualita/marineo-premio-internazionale-poesia.html https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/libri/2026/08/06/il-premio-speciale-marineo-a-mario-incudine_68fbe54f-71a3-4cc6-adcc-d93680789343.html?utm_source=chatgpt.com

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Professioniste 4.0 nell’era dell’IA

Un’analisi su scenari, sfide e soluzioni per le professioniste di domani, ispirata ai temi al centro dell’evento “Le professioniste di domani nell’era dell’AI”, organizzato da NoiD, WIP e Italgas in occasione della Torino Future Week 2026. L’Intelligenza Artificiale è un motore di trasformazione quotidiana che sta imponendo un vero e proprio “salto di specie” professionale. Il passaggio dai software tradizionali ai nuovi Agenti AI segna una linea di demarcazione netta: non parliamo più di strumenti che automatizzano singoli compiti prevedibili, ma di sistemi dotati di memoria, capacità di ragionamento e autonomia decisionale, in grado di perseguire obiettivi complessi e intervenire nel nostro mondo, sia esso quello fisico o digitale. Per governare questa transizione e uscirne vincitrici e vincitori, è necessario abbandonare le narrazioni polarizzate e analizzare con precisione lo stato dell’arte, i rischi sistemici e le leve strategiche a nostra disposizione. Lo Stato dell’Arte: Il Paradosso dell’Automazione A livello macroeconomico, la rivoluzione generativa presenta un bilancio rassicurante. I dati dell’International Labour Organization (ILO) stimano che l’introduzione della GenAI creerà 120 milioni di nuovi posti di lavoro, a fronte di 92 milioni che scompariranno. Inoltre, un’analisi di BCG ridimensiona l’allarme sulla sostituzione totale: i ruoli ritenuti automatizzabili al 100% si attestano solo tra il 2,5% e il 12%, a seconda del tessuto industriale del Paese. Tuttavia, un’analisi più profonda rivela un impatto asimmetrico e dirompente. Uno studio di Anthropic su “Observed Exposure” (l’esposizione reale sul posto di lavoro) dimostra che l’automazione non sta colpendo i lavori manuali, ma i colletti bianchi con alta istruzione e redditi superiori. Le percentuali di esposizione sono altissime per programmatori (74.5%), operatori del customer service (70.1%) e analisti finanziari (57.2%). Lo scenario più critico riguarda però i profili entry-level: l’IA sta assorbendo rapidamente i compiti base tradizionalmente affidati alle figure junior, provocando una contrazione immediata del 14% nei tassi di assunzione per i giovani tra i 22 e i 25 anni nei settori più esposti. Le Sfide: Il gender gap e il freno a mano sulla parità Se la base della piramide lavorativa si restringe, chi parte svantaggiato rischia di essere espulso dal mercato. Per le donne, l’impatto dell’IA si innesta su un divario di genere preesistente, creando una potenziale “tempesta perfetta”. I numeri sono inequivocabili. L’Osservatorio ICT evidenzia come, nel settore tecnologico in Italia, la presenza femminile evapori man mano che si sale di livello: si parte da un modesto 35% di donne sulla popolazione aziendale complessiva (contro una media nazionale del 47%), per scendere al 27% a livello manageriale e crollare al 18% tra i Top Manager. Questo “logoramento della pipeline” è confermato a livello europeo da McKinsey Technology, che registra cali drastici nella transizione dalle posizioni junior alla leadership: -18 punti percentuali nel Product Management, -32 punti nel Design e -16 punti nei ruoli legati ad AI e Dati. A frenare l’ascesa delle professioniste contribuisce, oltre a tutti gli altri fattori, anche un ostacolo invisibile: la sindrome dell’impostore tecnologica. In un settore che evolve a ritmi in cui è impossibile padroneggiare tutto, le donne tendono ad autolimitarsi, rinunciando a proporsi finché non possiedono il 100% delle competenze teoriche. Il World Economic Forum, in collaborazione con LinkedIn, ha pubblicato un white paper, in cui si dimostra che la quota di talento femminile nell’ingegneria dell’IA salirebbe istantaneamente dal 29.8% al 37.7% se si iniziassero a contare le competenze “implicite”, dedotte dai progetti realmente portati a termine, anziché solo quelle dichiarate apertamente nei curriculum. La scarsa rappresentanza ai tavoli decisionali porta con sé un rischio enorme: la perpetuazione dei bias. Con team di progetto GenAI composti al 70% da uomini, algoritmi privi di controllo e di un solido assetto valoriale rischiano di scalare i pregiudizi culturali aziendali. Un esempio allarmante è la campagna di marketing di Narwhal Labs, pubblicizzato con lo slogan misogino: “Lavora più di tutti. E non chiederà mai un aumento”. Esempi di Successo: Integrare l’IA sul Campo La risposta a questi scenari non è la resistenza, ma l’acquisizione di nuove skill. Il mercato oggi premia l’adattabilità: PwC rileva un premio salariale medio del 56% a livello globale per le posizioni che richiedono competenze in intelligenza artificiale, e Lightcast registra un incremento retributivo di circa 18.000 dollari annui (+28%) per chi padroneggia anche solo una competenza AI. Inoltre, la richiesta di skill legate all’IA non è limitata all’IT: il 48% delle ricerche di lavoro che menzionano questa tecnologia in Italia proviene da altri settori secondo l’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano. Un caso di successo nell’applicazione dell’IA ai processi aziendali arriva ad esempio dal Procurement di Italgas. L’azienda ha affrontato la sfida partendo dalla cultura interna; con la nascita della “IGACADEMY4AI” e l’introduzione di Microsoft Copilot, i ha avviato programmi intensivi per formare i dipendenti all’etica, alla sicurezza e all’uso dei dati. Da qui sono nati progetti dall’impatto tangibile: • Progetto PATH: Un’iniziativa che utilizza Copilot Studio e Power Automate per risolvere routine tediose a basso valore aggiunto, come la scrittura standardizzata di contratti o la gestione di risposte ripetitive via email. • AI FAST TRACK: Un progetto pilota per la creazione di tre agenti AI capaci di assistere i buyer nelle fases amministrative, tecniche ed economiche del sourcing, abbattendo la complessità interna. Le Soluzioni: Il Manifesto delle Competenze Per governare nell’era dell’AI e proteggersi dall’automazione dei ruoli esecutivi, è necessario adottare una strategia proattiva, riassumibile nel manifesto Professioniste 4.0: MANIFESTO DELLE COMPETENZE 1. Il Senso Critico: Mai come oggi, il pensiero critico è fondamentale. Imparare a collegare e interpretare i dati, leggere gli output dell’AI in maniera critica sfruttando la nostra esperienza e contesto umano. 2. Abbattere l’Autolimitazione: L’AI corre troppo velocemente perché esistano “esperti a tutto tondo”. Smetti di aspettare di avere il controllo su tutto e acquisisci sicurezza nelle tue competenze. 3. Continuous & Peer-to-Peer Learning: In un mercato in continua evoluzione, la formazione è un processo circolare. Aggiornamento costante, reti di apprendimento orizzontali per scambiare competenze e accelerare l’adoption. 4. Sporcarsi le Mani: Non limitiamoci a parlare di AI o studiarla solo in teoria. Entra nei laboratori di

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A Bari il festival che mette in discussione le città: il racconto di NoiD tra parità e autonomia

Bari ha accolto la prima tappa itinerante di Women and the City – Dove c’è parità c’è futuro, il festival che porta al centro del dibattito pubblico il rapporto tra diritti, spazio urbano e qualità della vita. Dal 28 al 30 maggio, l’associazione NoiD ha seguito da vicino una manifestazione che non si limita a parlare di parità, ma prova a tradurla in confronto, visione e proposte concrete. Uno spazio di confronto tra istituzioni, scuole, università, imprese, cultura e cittadinanza, nato per immaginare città più giuste, accessibili e inclusive. Un festival diffuso che mette in rete idee e territori Nato a Torino, Women and the City ha un format capace di tenere insieme dibattito civile, approfondimento culturale e partecipazione,con temi chiave del presente, affrontati in modo trasversale: lavoro, educazione, violenza di genere, scienza, cultura, città, politiche pubbliche e salute. Bari al centro: qui la parità diventa agenda pubblica Con oltre 40 eventi gratuiti e più di 100 ospiti italiani e internazionali, Bari è diventata la prima tappa fuori Torino del festival. Il cuore della manifestazione è stato il primo “Davos italiano delle politiche di genere”, pensato per mettere a confronto sindache, sindaci e istituzioni su strumenti pubblici concreti, misurabili e replicabili. La scelta di Bari non è casuale: figure come Isabella d’Aragona e Bona Sforza ricordano che, quando hanno potuto incidere, le donne hanno lasciato un segno anche nella storia della città. Dalle parole alle politiche È soprattutto il 29 maggio che restituisce il senso del festival, seguito anche dall’associazione NoiD: al mattino il confronto tra amministratori e istituzioni, la sera la forza divulgativa dello spettacolo. Due linguaggi diversi, con un solo punto fermo: la parità non può restare una dichiarazione di principio. Nell’incontro del mattino, sindache e sindaci di città come Bari, Perugia, Napoli, Bologna e Genova si sono misurati con il nodo più concreto: come trasformare la parità in politiche pubbliche, pratiche replicabili e responsabilità di governo. Tra le dichiarazioni emerse, anche un auspicio netto: non dover più parlare di “prime volte” al femminile, perché questo significherebbe che un cambiamento reale è già stato compiuto. E ancora, la consapevolezza che la pluralità degli sguardi allarga il campo dell’azione pubblica e rende più efficaci le risposte. La città non è neutra A emergere con chiarezza nel confronto è un punto politico preciso: la città non è neutra, perché non sono neutri i corpi che la abitano. E, più in generale, le politiche pubbliche non sono mai neutre: per questo non possono essere considerate una delega separata, ma devono diventare uno sguardo intersezionale capace di attraversare e incidere su tutte le scelte pubbliche . È da qui che passa la necessità di ripensare servizi, mobilità e spazi urbani a partire dai bisogni reali delle persone. Si parte con il richiamo alla Convenzione di Istanbul, il primo trattato internazionale giuridicamente vincolante contro la violenza sulle donne fondato su prevenzione, protezione, perseguimento e politiche integrate. Proprio in virtù di questo trattato, le pubbliche amministrazioni vengono coinvolte direttamente nella prevenzione, nella protezione e nella costruzione di politiche integrate contro la violenza di genere, che dovrebbero restare in capo all’Unione europea, così da favorire risposte omogenee e condivise tra gli Stati. Parlare di pari opportunità significa parlare della qualità democratica di un territorio. Se anche l’uso del femminile nelle cariche pubbliche continua a suscitare discussione, significa che il cambiamento è ancora incompiuto. Non a caso oggi le donne rappresentano solo il 15% dei sindaci italiani e continuano a misurarsi con sistemi costruiti intorno a esigenze considerate finora prevalentemente maschili. Tra i nodi più urgenti c’è la fruizione dello spazio pubblico: sicurezza, mobilità quotidiana e accessibilità ai servizi vengono indicati come priorità. Qui entra in gioco l’urbanistica di genere: coinvolgere le donne, o almeno valutarne le esigenze nella progettazione urbana, significa rendere le città più fruibili. Il dato richiamato nel convegno è netto: più del 36% delle donne ha paura di attraversare luoghi pubblici. Le risposte possibili passano da illuminazione, apertura degli spazi e mobilità notturna garantita, fino a misure come le guardie giurate sui bus notturni o sistemi di accompagnamento telefonico per le donne nelle ore serali. Poi c’è il fronte economico: avere più di un figlio può aumentare il rischio di povertà e la disparità salariale continua a spingere molte donne fuori dal lavoro quando il costo della cura supera il reddito disponibile. Anche la violenza viene letta dentro questa dipendenza economica: senza autonomia, allontanarsi dall’aggressore diventa più difficile. Per questo il confronto richiama la redistribuzione dei carichi di lavoro, il sostegno alle famiglie e all’imprenditoria femminile come leve necessarie per ridurre le diseguaglianze. Tra le risposte indicate compaiono anche un “atlante di genere”, per rendere visibili i progetti rivolti alle donne come i centri antiviolenza, e la necessità di coinvolgere non solo le città medie o grandi, ma anche le aree rurali e i territori più periferici, dove meno servizi e maggiore povertà fanno ricadere gli effetti delle diseguaglianze in modo ancora più pesante sulle donne. Accanto a questo, nel convegno è stata richiamata anche la necessità di agire sulla formazione, attraverso percorsi di educazione all’affettività nelle scuole superiori per contrastare discriminazioni di genere e di altro tipo. Tra gli esempi europei citati compare Vienna, dove la forte presenza di edilizia pubblica (circa il 50% del totale) è stata collegata a un investimento crescente nella vivibilità delle abitazioni e nei servizi di cura. Da questo quadro emerge con evidenza che non basta aumentare la presenza femminile ai vertici se non migliora la condizione media, perché è lì che si misura la fotografia reale del Paese. Anche perché metà delle donne non lavora e, quando lavora, spesso guadagna meno, con ricadute che arrivano fino alla pensione e quindi alla sicurezza futura. Da qui l’idea che la politica possa incidere davvero attraverso le leggi e attraverso una presenza più ampia delle donne nelle istituzioni pubbliche. La sera, sul palco di Piazza del Ferrarese, lo stesso tema ha trovato un altro linguaggio con “Piacere, Denaro”, la conferenza-spettacolo di Antonella Questa e Azzurra Rinaldi. Al centro

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Le nuove Equilibriste: quando in Italia diventare madri è un lusso

In un Paese che da quasi mezzo secolo affronta una profonda e strutturale crisi demografica, l’inverno delle nascite non è solo una questione di numeri, ma di diritti negati e opportunità mancate. L’XI edizione del Report Le Equilibriste 2026 di Save the Children ci mette di fronte a un paradosso doloroso: l’Italia ha disperatamente bisogno di bambini, ma continua a rendere la genitorialità un percorso a ostacoli, diseguale e profondamente penalizzante per le donne. Oggi, le “equilibriste” non sono più soltanto le madri costrette a fare i salti mortali per conciliare lavoro e famiglia. Sono anche, e sempre più spesso, quelle donne che, calcolatrice alla mano e di fronte a un mercato del lavoro precario, devono misurare i costi e valutare se potersi permettere di diventare madri. I dati parlano chiaro: l’Italia ha toccato il minimo storico con un tasso di fecondità di 1,14 figli per donna, e l’età media al primo figlio sfiora ormai i 32 anni. Ma cosa si nasconde dietro questa continua posticipazione? La “Child Penalty”: il prezzo della maternità Il nodo centrale resta il mondo del lavoro. Il report conferma che il problema principale non è l’ingresso nel mercato occupazionale: al momento della nascita del figlio, il 61,6% delle madri è già occupato. La vera frattura avviene dopo. La child penalty (la penalizzazione occupazionale e retributiva legata alla genitorialità) in Italia agisce come un amplificatore di disuguaglianze: Generazione Z: il divario tra desiderio e realtà Il quadro si fa ancora più cupo se guardiamo alle giovanissime. Sebbene quasi l’82% dei giovani tra i 18 e i 24 anni esprima il desiderio di avere un figlio in futuro, la realtà economica spezza queste ambizioni. Per le ragazze della Generazione Z (20-29 anni) che diventano madri, l’inattività tocca punte allarmanti: quasi il 60% è fuori dal mercato del lavoro, a fronte di appena il 6,2% dei loro coetanei padri. Inoltre, la quota di giovani madri (15-29 anni) che rientrano nella categoria NEET (non studiano e non lavorano) arriva a sfiorare il 61%. Una geografia delle disuguaglianze La penalizzazione non colpisce tutte allo stesso modo, ma si intreccia con il livello di istruzione e la residenza. Tra le madri con figli minori, il tasso di occupazione supera il 70% nel Centro-Nord, ma precipita sotto il 50% nel Mezzogiorno. Questa mancanza di opportunità genera un fenomeno silenzioso ma devastante: l’emigrazione qualificata. Nell’ultimo decennio, oltre 200.000 donne under 35 del Sud si sono trasferite al Centro-Nord. Sono giovani donne spesso laureate (il 70% del totale delle migranti), che lasciano i loro territori alla ricerca di un’occupazione coerente con i loro studi e di un welfare che permetta loro, un domani, di formare una famiglia. Questo crea un “vuoto demografico” che impoverisce ulteriormente il Meridione. Oltre l’emergenza: servono riforme strutturali I dati del Report Le Equilibriste 2026 dimostrano l’inefficacia delle politiche basate su misure temporanee e “bonus” una tantum. Diventare genitori non può essere un lusso riservato a chi ha contratti stabili, reti familiari di supporto e alti livelli di istruzione. Per invertire la rotta servono interventi strutturali e universali: Il ruolo delle Istituzioni e del Diritto: oltre la norma, la cultura Per comprendere appieno come scardinare questi meccanismi, è utile guardare al contributo di esperti come la Professoressa Graziella Romeo (Costituzionalista all’Università Bocconi), intervenuta recentemente nella rubrica NoiD Coffee Time. Durante l‘intervista, è emerso un punto cruciale: in Italia la parità retributiva è un diritto sancito già dall’Articolo 37 della Costituzione, ma la sua applicazione pratica resta una sfida. Secondo la Professoressa Romeo, il supporto dello Stato deve muoversi su tre binari complementari: La sfida per l’Italia e per le associazioni che si occupano di diritti è trasformare la parità da obbligo di legge a comportamento naturale, affinché nessuna donna debba più sentirsi un’”equilibrista” per necessità, ma una cittadina libera di scegliere il proprio futuro. Oltre la resilienza: verso un nuovo patto sociale In conclusione, i dati del Report 2026 e le riflessioni giuridiche emerse non devono essere letti come la cronaca di una sconfitta, ma come una chiamata all’azione collettiva. Spesso lodiamo le donne per la loro incredibile capacità di essere “equilibriste”, ma la vera sfida critica — e positiva — sta nello smettere di considerare la resilienza femminile come una soluzione ai problemi strutturali. Essere un’equilibrista non dovrebbe essere un prerequisito per la maternità, né una dote necessaria per sopravvivere nel mercato del lavoro. Il lato positivo di questa fotografia è la crescente consapevolezza: oggi sappiamo che la child penalty non è un destino biologico, ma una distorsione economica che può essere corretta. Abbiamo gli strumenti legali, come la nuova direttiva sulla trasparenza, e abbiamo una nuova generazione che chiede a gran voce che la genitorialità sia un valore condiviso e non un peso individuale. Il passaggio necessario è trasformare l’equilibrio precario di poche nel diritto solido di tutte. Investire sulle madri e sulle donne che valutano di diventarlo non è solo un atto di giustizia sociale, ma la strategia più intelligente per garantire un futuro sostenibile e vitale a tutto il Paese. La vera parità non si misura più solo su “quante” donne lavorano, ma sulla libertà con cui possono scegliere di farlo senza dover rinunciare a nulla. Finché cura, servizi e opportunità non saranno distribuiti in modo più equo tra donne e uomini, e tra territori, parlare di parità di genere – e di rilancio demografico – resterà un esercizio insufficiente. La maternità deve tornare a essere una scelta libera, non un atto di eroismo o una causa di vulnerabilità. A cura di Jessica Sabellico e Stefania Lofiego

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Insieme per il Futuro: NoiD Telecom e Asstel siglano un’alleanza per l’equità di genere e il merito nel settore Telco e ICT

Una collaborazione concreta per trasformare valori in azioni Con grande piacere condividiamo l’avvio della collaborazione tra NoiD Telecom e Asstel – Assotelecomunicazioni, un passo concreto per il settore Telco e ICT nella direzione della valorizzazione del talento, dell’equità di genere e della costruzione di modelli di leadership fondati sul merito. Questa alleanza nasce da una visione condivisa: il futuro delle imprese passa dalla capacità di creare contesti equi, in cui pari opportunità di crescita, riconoscimento e accesso ai ruoli di responsabilità diventino una realtà strutturale e non un obiettivo formale. Il protocollo firmato il 12 maggio 2026 a Roma da Cristina Carollo, Presidente NoiD, e Laura Di Raimondo, Direttore di Asstel, definisce tre direttrici strategiche per trasformare questa visione in azioni concrete: La capacità di costruire contesti inclusivi, generativi e orientati al merito, allo sviluppo delle competenze e valorizzazione del talento sarà sempre più un fattore strategico per il futuro della filiera TLC e ICT. Nella foto sx: la Firma del Protocollo con Cristina Carollo e Laura Di Raimondo Nella foto dx: GdL NoiD che ha seguito lo sviluppo dell’alleanza – Francesca Funaro, Sabrina Sansonetti, Federica Romano, Giada Cosentino Dieci anni di percorso per l’equità di genere NoiD Telecom nasce nel 2012 da un’idea di 60 colleghe, pioniere coraggiose e visionarie, sensibili ai temi della parità di genere per creare un contesto lavorativo più equo per le donne. Consapevoli dell’importanza di agire unite per ottenere risultati concreti, NoiD si è aperta a tutte le donne nelle aziende del Gruppo TIM, a prescindere da livelli e ruoli, divenendo una rete che riunisce attorno a sé le colleghe e i colleghi e costruendo una rete di networking con associazioni di donne e di categoria. Nel 2024, in linea con le recenti evoluzioni normative, l’Associazione si costituisce Ente del Terzo Settore (APS). Questa trasformazione ha segnato l’espansione del raggio d’azione oltre i confini del Gruppo TIM e FiberCop, abbracciando l’intero ecosistema Telco e ICT per promuovere un confronto dialettico e propositivo con persone e istituzioni coinvolte sui temi della diversità, equità e integrazione. Un esempio di imprenditoria femminile, una testimonianza di collaborazione nel volontariato tra donne che fanno rete, si organizzano, intessono relazioni, si cimentano e sperimentano in modo innovativo, aiutandosi reciprocamente nella consapevolezza e valorizzazione del talento. A 15 anni dalla fondazione, la collaborazione con Asstel – Assotelecomunicazioni segna un punto di svolta fondamentale: insieme possiamo portare le azioni e gli obiettivi dell’equità di genere ad un livello più alto, con la capacità di influire sulla cultura organizzativa delle imprese e sulla visione strategica del settore intero. Asstel, come associazione di rappresentanza del settore TLC, porta con sé il peso istituzionale, la rete di aziende associate e la capacità di incidere a livello normativo e culturale. Questa alleanza strategica non è solo un accordo formale: è la conferma che il lungo e solido percorso di NoiD Telecom ha creato le basi per un cambiamento strutturale, capace di trasformare i valori in pratiche organizzative concrete e durature. La sottoscrizione del protocollo apre ora una nuova fase: quella della costruzione condivisa di progettualità concrete insieme alla rete NoiD e ad Asstel, con l’obiettivo di creare contesti, opportunità e percorsi in grado di valorizzare competenze, leadership e talento nel settore TLC e ICT, generando ricadute positive e durature per l’intero ecosistema delle telecomunicazioni e dell’innovazione. Rassegna stampa: il settore parla di questa storica alleanza Invitiamo la nostra community, le imprese e le professioniste del settore a seguirci e a partecipare attivamente: il cambiamento si costruisce insieme, trasformando visione e valori in azioni concrete. Il talento non ha genere. Ma ha bisogno di essere riconosciuto, valorizzato e messo nelle condizioni di esprimersi pienamente. Per info e contatti: anoidtelecom@gmail.com

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Giornata Internazionale delle Donne nella Matematica

Il 12 Maggio ricorre la Giornata Internazionale delle Donne nella Matematica, una data che ci piace ricordare per valorizzare il contributo delle donne, importante, ma spesso non noto e disconosciuto, e per superare questo gap di visibilità. Già lo scorso anno abbiamo raccontato l’origine di questa giornata, dedicata a Maryam Mirzakhani, prima donna a vincere la Medaglia Fields, il più alto riconoscimento al mondo per un matematico, ed elencato le altre matematiche prima di lei che sono riuscite a lasciare testimonianza del loro contributo https://www.noidtelecom.it/index.php/2025/05/11/le-donne-nella-matematica/. Quest’anno ci concentriamo su due di loro, per raccontarvi in particolare storie di ispirazione e tenacia nel perseguire una passione, cogliendo appieno la portata delle disparità di opportunità e di possibilità economiche. Sophie Germain (1776-1831), vissuta al tempo della Rivoluzione francese, si dedicò alla teoria dei numeri e dell’elasticità, rinunciando alla sua identità e utilizzando uno pseudonimo maschile, Antoine-August Le Blanc, per presentare i suoi lavori. Pur di accedere all’École, istituzione di formazione superiore di scienziati e matematici, a 18 anni assunse un’identità maschile: divenne Antoine-August Le Blanc studente iscritto che aveva abbandonato gli studi. Studiava sulle dispense e inviava scritti di tale valore che il professor Lagrange volle approfondire, scoprendo la sua vera identità e diventando suo mentore e sostenitore. Il supporto non previde però il riconoscimento: solo recentemente il nome dell’equazione differenziale di Lagrange è evoluto in equazione di Germain-Lagrange per tenere conto del contributo apportato dagli studi di Sophie Germain sulle vibrazioni delle superfici elastiche. Sophie Germain ebbe un intenso scambio epistolare sulla matematica con Carl Friederich Gauss, sempre indossando la maschera maschile di Antoine-August Le Blanc, e quando la sua vera identità fu scoperta ricevette da Gauss queste parole, che ben testimoniano l’approccio dell’epoca e la profonda stima maturata: “Il gusto per la scienza astratta in generale, e soprattutto per i misteri dei numeri, è molto raro: ciò non è strano, perché il fascino di questa sublime scienza si rivela in tutta la sua bellezza solo a coloro che hanno l’ardire di affrontarla. Ma quando una donna, che, per i nostri costumi e pregiudizi, deve incontrare difficoltà infinitamente superiori a quelle degli uomini per giungere a familiarizzarsi con questi spinosi problemi, riesce nondimeno a sormontare tali ostacoli e a penetrare fino alle regioni più nascoste della scienza, allora senza dubbio ella ha il più nobile ingegno, un talento straordinario e un genio superiore.” Amalie Emmy Noether (1882-1935) riuscì a laurearsi in matematica in Germania e a lavorare all’istituto di Matematica dell’Università di Gottinga senza essere retribuita per sette anni, in seguito insegnò tenendo lezione a nome del professore David Hilbert, perché quel ruolo non era previsto per le donne. Quando riuscì a sostenere l’abilitazione, continuò ad insegnare senza stipendio per altri quattro anni. Il regime nazista le vietò l’insegnamento in quanto ebrea, così emigrò negli Stati Uniti dove continuò a lavorare producendo materiale prezioso in ambito dell’algebra astratta e della fisica teorica. Albert Einstein ne scrisse un necrologio sul New York Times poche settimane dopo la morte https://web.archive.org/web/20090207162206/http://www-gap.dcs.st-and.ac.uk/~history/Obits2/Noether_Emmy_Einstein.html  nel 1935, definendola definì una figura di enorme importanza intellettuale, che ha contribuito a risolvere i problemi matematici legati alla relatività generale. Il teorema di Noether che la ricorda, è insegnato nell’ambito della teorica quantistica dei campi e nella fisica delle particelle. E il presente? La cerimonia per la prossima assegnazione della Medaglia Fields è prevista a luglio 2026 (si tiene ogni 4 anni) a Philadelphia, negli Stati Uniti durante il Congresso Internazionale dei Matematici (ICM). Nel corso del 2026 sono state premiate tre giovani donne cinesi, Hong Wang e Yunqing Tang vincitrici del New Horizons in Mathematics Prize, Zhang Mingjia vincitrice del Maryma Mirzakhani New Frontiers Prize, profili altissimi con risonanza globale. Segno di un’evoluzione concreta in questa storia di sfide e forti barriere all’accesso per le donne, che è fondamentale superare perché la matematica non è solo formule: è un modo di leggere il mondo. Quando le donne entrano nella matematica, la matematica si espande. Quando le donne trovano spazio, lo spazio della conoscenza cresce per tutte le persone. A cura di Stefania Lofiego e Francesca Funaro

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Libri di Natale

Tempo di storie sotto l’albero! Anche quest’anno NoiD presenta una lista libri dedicata alle storie che parlano di donne, di forza, di umanità.Titoli che sanno ispirare, emozionare, stimolare riflessioni, offrire uno sguardo nuovo sul mondo. CORAGGIO – La ragazza con la Leica di Helena Janeczek: la storia intensa della prima fotografa caduta su un campo di battaglia, simbolo di libertà e determinazione. AUTENTICITA’ – Nostra solitudine di Daria Bignardi: un racconto con sincerità, ironia, coraggio, perché la solitudine può essere prigione ma anche luogo d’ascolto e di rinascita. SPERANZA – Tanta ancora Vita di Viola Ardone: la magia degli incontri che curano, ricompongono e fanno riscoprire l’amore. CRESCITA – Imparare la leadership con le serie TV di Luigi Di Iorio, Giulia Di Nicolò Rito e prefazione di Francesca Funaro: le storie della cultura pop come strumenti per riflettere su leadership e competenze. CONSAPEVOLEZZA – Il Paese che conta. Come i numeri raccontano la nostra storia di Linda Laura Sabbatini: i numeri che raccontano l’Italia, rivelando ingiustizie, cambiamenti e verità spesso invisibili. VOCE – Parole d’altro genere. Come le scrittrici hanno cambiato il mondo di Vera Gheno: un viaggio tra le parole che le donne hanno scritto, contribuendo a trasformare il mondo. MEMORIA – Scritture segrete. Le donne che hanno cambiato il mondo con la parola di Dacia Maraini: un omaggio alle madri della letteratura, dimenticate ma mai assenti. EMPATIA – Vita Sguardi e Cura Il nuovo libro fotografico di Fondazione Piero e Lucille Corti ETS con gli scatti di Gionata Galloni e la prefazione di Mario Calabresi: immagini che raccontano con intensità la vita del Lacor Hospital e delle comunità del Nord Uganda. ISPIRAZIONE – Finding My Way di Malala Yousafzai: il coraggio di restare fedeli a sé stessi, anche quando il mondo prova a dirci chi dovremmo essere. Per voi o come regalo, la lettura è un’occasione d’incontro e crescita. A cura di Stefania Lofiego, grafica di Elena Braccini

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Finanza al femminile: comprendere il Divario Finanziario

Il Panorama Globale della Disparità Retributiva di Genere Il divario retributivo di genere rappresenta una sfida persistente. Secondo un rapporto della Banca Mondiale, le donne guadagnano in media solo 77 centesimi per ogni dollaro guadagnato dagli uomini.1 Questa statistica evidenzia la portata globale del problema, dimostrando che la disparità retributiva non è confinata a specifiche regioni o settori industriali. Anche le Nazioni Unite stimano un divario retributivo di genere globale intorno al 20% 2, confermando una significativa disparità a livello mondiale. È importante notare che il divario retributivo di genere non è però uniforme a livello globale. I paesi nordici, in particolare l’Islanda, hanno compiuto progressi significativi nel colmare questogap.3 Al contrario, in regioni come l’Africa e il Sud America, la disparità può essere notevolmente più ampio, suggerendo che contesti regionali specifici richiedono interventi mirati. Anche nei paesi sviluppati, come quelli membri dell’OCSE e dell’Unione Europea, si riscontrano divari retributivi medi di genere, con variazioni significative tra i paesi membri dell’UE.4 Il Contesto Italiano: Esaminare il Divario Retributivo di Genere Secondo i dati Eurostat, l’Italia spesso mostra un gap inferiore rispetto alla media europea in termini di retribuzione oraria (2.2% rispetto ad una media comunitaria del 12%).55Questa apparente positività, però, potrebbe celare altre problematiche sottostanti nel mercato del lavoro italiano. Infatti, nonostante un divario retributivo orario apparentemente inferiore, se teniamo conto delle differenze nelle ore lavorate e nei tassi di occupazione, la disparità risulta significativamente più alta della media UE (45%).6 Questo suggerisce che le donne italiane lavorino (meno ore e abbiano tassi di occupazione inferiori con una discriminazione finanziaria complessiva. Un fattore critico da considerare è la disparità nella durata della vita lavorativa tra uomini e donne. Una giovane donna italiana che entra oggi nel mercato del lavoro può aspettarsi una vita lavorativa di 28,3 anni. In media, un coetaneo maschio lavorerà per 37,2 anni. Nove anni in più, un gap doppio rispetto alla media europea.7-8 Questa differenza contribuisce a un significativo divario economico nel corso della carriera. Oltre lo Stipendio: Il Più Ampio Divario di Ricchezza di Genere Il WTW Wealth Equity Index stima che le donne a livello globale accumuleranno solo il 74% della ricchezza posseduta dagli uomini al momento del pensionamento10. Questo dato evidenzia le conseguenze a lungo termine del divario finanziario di genere sulla sicurezza finanziaria delle donne in età avanzata. Anche in Italia si osserva un divario di ricchezza di genere, maggiore per le attività finanziarie rispetto a quelle reali e che tende ad aumentare con l’età11. Questo suggerisce che le donne italiane potrebbero avere un accesso o un controllo inferiore sugli investimenti finanziari rispetto agli uomini, con un potenziale impatto sulla loro crescita finanziaria a lungo termine. La riforma del sistema pensionistico del 1996 ha introdotto una dinamica particolarmente penalizzante per le donne attraverso il passaggio al metodo contributivo. Nel 2024, le donne pensionate percepiscono in media 1.595 euro mensili, mentre gli uomini ricevono 2.143 euro, con un divario del 34%12. Questa differenza contribuisce a un significativo divario economico nel corso della carriera che si traduce in una dinamica perversa: salari più bassi generano minori contributi versati, che a loro volta determinano trattamenti pensionistici inferiori. Il sistema contributivo, applicato integralmente a chi ha iniziato a lavorare dal 1996, lega direttamente l’importo della pensione ai contributi versati durante l’intera vita lavorativa.  Ogni anno di mancato adeguamento dello stipendio si traduce automaticamente in uno svantaggio pensionistico permanente. Le donne che hanno iniziato a lavorare dal 1996 – oggi cinquantenni e tutte le generazioni più giovani – sono particolarmente penalizzate da questo sistema. I periodi di contribuzione figurativa, come quelli per maternità obbligatoria (5 mesi) e congedo parentale (fino a 6 mesi), rappresentano un ulteriore elemento di svantaggio. Sebbene questi periodi vengano accreditati senza oneri per la lavoratrice, nel sistema contributivo puro non compensano adeguatamente la perdita di contributi reali. Le madri utilizzano in media 126 giorni di congedo nel primo anno di vita del figlio, contro i 36 giorni dei padri, accentuando il divario contributivo. Mentre nel sistema retributivo il gap pensionistico femminile era del 29% per le nate negli anni ’40, con il contributivo puro questo divario è salito al 32% per le generazioni successive. La natura “meritocratica” del nuovo sistema, trasforma ogni interruzione o riduzione lavorativa in una penalizzazione pensionistica definitiva. Illustrare la Disparità: Esempi Concreti Il divario retributivo di genere influisce sulla capacità delle donne di risparmiare e investire, portando ad uno scostamento di ricchezza più ampio nel tempo. Guadagni inferiori si traducono direttamente in meno denaro disponibile per risparmi e investimenti, creando un circolo vizioso di ineguaglianza finanziaria. Questo si riflette nel gap pensionistico di genere, in cui le donne hanno tipicamente una ricchezza pensionistica significativamente inferiore rispetto agli uomini a causa di guadagni inferiori nel corso della vita, interruzioni di carriera per motivi di cura e differenze nei contributi pensionistici. La conseguenza è una maggiore insicurezza finanziaria per le donne in età avanzata, soprattutto considerando la loro maggiore aspettativa di vita. Le donne hanno maggiori probabilità di conservare denaro extra in contanti anziché investire, perdendo potenzialmente opportunità di crescita.13- Questo “divario negli investimenti” aggrava ulteriormente la disparità di ricchezza. Le responsabilità di cura hanno un impatto significativo sulle traiettorie di carriera delle donne e sui risparmi per la pensione.14 Il peso sproporzionato del lavoro di cura sulle donne è un fattore determinante del divario finanziario di genere. Oggi, nonostante i traguardi raggiunti, in Italia solo una donna su due lavora e solo sei donne su dieci15 hanno un conto corrente intestato esclusivamente a loro16. L’assenza di un lavoro e l’assenza di un conto corrente sono sintomi della dipendenza economica. Per confrontarci a livello europeo, se guardiamo alla Francia, la violenza economica viene affrontata con una legge solo nel 1965; prima le donne sposate erano soggette a un regime patrimoniale che impediva loro di gestire autonomamente il proprio denaro senza il permesso del marito, ovvero una donna sposata non poteva aprire un conto corrente bancario, utilizzare una carta di credito o chiedere un mutuo senza il consenso del marito. Grazie alla nuova legge del 1965 le donne francesi

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