La storia di Fariba Hashimi e una domanda che va molto oltre lo sport
Salire su una bicicletta, allenarsi, scegliere uno sport, immaginare di poter diventare un’atleta: per molte persone sono possibilità normali.
Per Fariba Hashimi, ciclista afghana, non lo sono mai state.
La sua storia è tornata sotto i riflettori durante il Giro d’Italia Women 2026, dove Fariba ha corso tra le professioniste portando con sé molto più di una storia sportiva.
In Afghanistan è stata insultata e colpita con pietre mentre andava in bicicletta, non perché stesse facendo qualcosa di pericoloso o vietato agli altri, ma semplicemente perché era una donna.
La sua famiglia l’ha sostenuta nonostante i rischi e, successivamente, Fariba ha trovato in Europa e in Italia la possibilità di continuare ad allenarsi e costruire il proprio percorso nel ciclismo professionistico.
Guardiamo la sua storia e pensiamo: che coraggio.
Ed è vero. Viene spontaneo domandarsi:
come ha fatto Fariba a non arrendersi?
Proviamo anche a guardare oltre, a porci una domanda diversa:
perché una donna dovrebbe avere bisogno di un coraggio straordinario per fare qualcosa che, per altri, è semplicemente normale?
Quando una bicicletta diventa libertà
Per Fariba pedalare non significa soltanto praticare uno sport, significa poter scegliere cosa fare del proprio corpo, del proprio tempo, del proprio talento e, soprattutto, del proprio futuro.
La condizione delle donne in Afghanistan è estrema e non può essere paragonata a quella delle donne che vivono in società democratiche, ed è importante dirlo con chiarezza.
Ancora oggi, secondo UNESCO, l’Afghanistan è l’unico Paese al mondo in cui ragazze e donne sono formalmente escluse dall’istruzione oltre il livello primario. Nel 2026 si stima che circa 2,4 milioni di ragazze siano escluse dall’istruzione secondaria, mentre forti restrizioni continuano a incidere anche sul lavoro, sulla libertà di movimento e sulla partecipazione alla vita pubblica.
La storia di Fariba, però, apre una domanda che può riguardare, in forme profondamente diverse, qualunque società:
quanto il contesto nel quale cresciamo influenza ciò che crediamo possibile per noi?
Ci sono barriere evidenti, che assumono la forma di un divieto, e altre molto meno visibili, fatte di aspettative, stereotipi, ruoli attribuiti quasi automaticamente e modelli che continuiamo a ripetere senza accorgercene.
Non sono la stessa cosa, ma ci ricordano che poter fare qualcosa non significa sempre avere davvero la stessa possibilità di farla.
Il talento ha bisogno di spazio
Ci piace pensare che il talento, prima o poi, emerga, che chi è bravo trovi la propria strada, che l’impegno venga riconosciuto e che il merito sia sufficiente.
La realtà è più complessa.
Il talento ha bisogno di occasioni per essere scoperto, di formazione per crescere, di qualcuno che sappia riconoscerlo e, soprattutto, di contesti nei quali possa essere messo alla prova.
È qui che pari opportunità e merito si incontrano, perché parlare di pari opportunità non significa garantire a tutti lo stesso risultato, significa cercare di fare in modo che il genere, la provenienza o uno stereotipo incidano il meno possibile sulla possibilità di competere, crescere e dimostrare il proprio valore.
IL DATO | 69,2%
Secondo il Global Gender Gap Report 2026 del World Economic Forum, nelle 145 economie analizzate è stato colmato il 69,2% del divario complessivo di genere.
Il dato racconta un progresso, ma anche quanto il percorso sia ancora lungo: sulla base dell’andamento osservato nei 97 Paesi monitorati continuativamente dal 2006, sarebbero necessari 120 anni per raggiungere la piena parità.
Le distanze diventano particolarmente evidenti proprio là dove le opportunità si trasformano in autonomia e capacità di incidere: nella partecipazione economica e nelle opportunità il livello di parità raggiunto è del 61,7%, mentre nell’empowerment politico si ferma al 22,1%.
Ed è qui che il tema arriva inevitabilmente al lavoro.
Secondo l’International Labour Organization, a livello globale le donne rappresentano solo due persone occupate su cinque e continuano ad avere una probabilità di partecipare al mercato del lavoro inferiore del 24,2% rispetto agli uomini.
Dietro questi numeri c’è una domanda molto semplice:
quanti talenti non arrivano mai nel luogo in cui potrebbero essere riconosciuti?
Perché il merito può essere valutato davvero solo quando una persona ha avuto la possibilità di mostrarlo, altrimenti rischiamo di vedere soltanto chi è riuscito ad arrivare fino al punto in cui poteva essere visto, dimenticando chi, a quel punto, non è mai arrivato.
Chi costruirà il futuro?
Il tema diventa ancora più interessante se guardiamo ai settori che stanno trasformando il nostro presente: tecnologia, telecomunicazioni, intelligenza artificiale.
Secondo UNESCO, le donne rappresentano circa il 30% dei professionisti dell’intelligenza artificiale, con una presenza ancora più ridotta nei ruoli di leadership.
Il Global Gender Gap Report 2026 evidenzia una distanza ancora maggiore nei ruoli tecnici: meno di un ingegnere AI su cinque è donna.
Non è soltanto una questione di numeri, perché l’intelligenza artificiale contribuirà sempre di più a definire come lavoreremo, comunicheremo, apprenderemo e utilizzeremo i servizi.
La domanda, allora, non può essere solo quante donne useranno queste tecnologie, ma quante potranno progettarle, orientarle, governarle e partecipare alle decisioni che ne determineranno lo sviluppo.
Essere presenti è importante, poter incidere lo è ancora di più.
Dalle eccezioni ai contesti
Le storie come quella di Fariba ci emozionano, ci ricordano che un limite può essere superato e che una strada può essere aperta anche quando sembra non esistere.
Abbiamo bisogno di queste storie, ma c’è anche un rischio: pensare che dimostrino che, in fondo, basta volerlo abbastanza.
“Se lei ce l’ha fatta, allora è possibile.”
Non sempre.
Per ogni Fariba che riesce a superare una barriera, non sappiamo quante altre persone con lo stesso talento non abbiano incontrato le stesse opportunità, lo stesso sostegno o la stessa possibilità di continuare.
La sfida non è soltanto celebrare donne straordinarie, ma fare in modo che una donna non debba essere straordinaria per ottenere qualcosa che dovrebbe essere normale.
Ed è qui che entrano in gioco anche le organizzazioni, nei criteri con cui riconoscono il potenziale, nelle opportunità di crescita, nella formazione, nella visibilità, nei modelli di leadership e nel modo in cui ascoltano una voce o interpretano un comportamento.
Anche il linguaggio conta, perché gli stereotipi raramente si presentano dicendo di essere stereotipi, più spesso si nascondono nelle aspettative che consideriamo normali e nei giudizi che applichiamo senza rendercene conto.
Riconoscerli non significa mettere da parte il merito, significa provare a vederlo meglio.
Dal diritto di partecipare al diritto di contare
Fariba Hashimi oggi corre tra le professioniste e la sua bicicletta l’ha portata lontano dal luogo in cui qualcuno cercava di dirle che quello non era il suo posto.
Possiamo guardarla e pensare:
che donna straordinaria.
Oppure possiamo lasciarci con una domanda un po’ più scomoda:
quante donne devono ancora essere straordinarie per ottenere qualcosa che dovrebbe essere semplicemente possibile?
Promuovere il merito e valorizzare il talento femminile significa anche questo: contribuire a costruire contesti nei quali le persone abbiano la possibilità di dimostrare ciò che sanno fare, crescere e partecipare alle decisioni.
Perché una società non cresce soltanto grazie ai talenti che riesce a celebrare, cresce anche grazie a quelli che riesce a non perdere.
E forse il traguardo più importante arriverà quando storie come quella di Fariba continueranno a emozionarci per il talento di chi le vive, ma non ci stupiranno più per gli ostacoli che una donna ha dovuto superare semplicemente per poterlo esprimere.
Fonti principali
Giro d’Italia Women, Dalle pietre al sogno rosa: la straordinaria storia di Fariba Hashimi al Giro d’Italia Women, 2 giugno 2026.
World Economic Forum, Global Gender Gap Report 2026, 16 settembre 2026.
International Labour Organization, Employment and Social Trends 2026, 14 gennaio 2026.
UNESCO, Fostering Women’s Leadership, 2024, pagina aggiornata il 17 aprile 2026.
UNESCO, Five years on: UNESCO calls for the full restoration of the right to education for Afghan girls and women, 11 agosto 2026, aggiornato il 19 agosto 2026.
